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BRIGANTI

BRIGANTI

Michele Mamino, detto Meclinét, nasce nel 1769 a Fontane ed è stato un brigante italiano entrato a fare parte della leggenda popolare. Non si comprende perché questo rozzo, spavaldo e temerario fuorilegge sia diventato una specie di eroe. Le fonti confermate da documenti sono piuttosto scarse. Nel 1792, a soli 25 anni risultava già condannato a 7 anni di galera per vari reati. La sua attività si svolse in quel torbido periodo in cui le truppe francesi invadevano il basso Piemonte. Operava, inoltre, in una zona particolarmente favorevole: la vicinanza del confine con la Repubblica di Genova permetteva il facile sconfinamento in territorio sicuro, sfuggendo ad ogni cattura.

La sua audacia e temerarietà si erano fatte più minacciose durante i primi anni della dominazione francese. Nel 1802 il Sottoprefetto di Mondovì emanò un proclama con cui si minacciavano le più severe pene per chiunque avesse aiutato questo brigante e si comminava una ammenda di mille franchi alle frazioni della Seccata e Fontane per aver dato ospitalità ai «malfattori Mamino detto Michelinet e Sachagino detto Dragone».

Questi denari, secondo il Sottoprefetto, dovevano servire per catturare i briganti e come taglia di 500 franchi per chi avesse reso possibile il loro arresto. Il proclama terminava con queste minacciose parole:

« Li perturbatori e gli scellerati non potranno a lungo schermirsi da questa mano indomita la quale atterra i mostri della società. Questa misura di rigore verrà adottata verso tutte le Comuni, le quali per una vile negligenza sopporteranno pazientemente l’audacia di questi briganti ».

I gendarmi e le forze armate, anche con la promessa di un premio molto alto prelevato da quella povera gente non riuscirono a prendere il brigante Meclinèt ed il suo socio. Infatti in una relazione del Prefetto del Dipartimento della Stura, Arborio, in data 26 luglio 1804 si legge che il brigante Michele Mamino continuava ad agire nel Monregalese, nonostante tutti gli sforzi per catturarlo e le misure eccezionali per assicurarlo alla giustizia.

Pochi giorni dopo il Prefetto Arborio comunicava che Mamino era stato ucciso dai suoi cugini Bartolomeo e Giuseppe Unia di Roccaforte a cui erano stati concessi 2400 franchi come premio straordinario.

Fin qui la storia ufficiale. Ora entriamo nella leggenda che per quanto si riferisce alla sua morte, si avvicina molto alla realtà. Michele Mamino sarebbe nato a Fontane in una casa che si trovava sulle rive del fiume Corsaglia, nella località Scarrone. Era una misera dimora che andò distrutta dal fuoco in un tentativo di cattura. In seguito si trasferì alla borgata di Seccata dove visse in una casa che ancora esiste (ospitava una piccola bottega). Sul muro posteriore di questo edificio si vedono ancora i segni delle palle di fucile. Si narra che sia stato sorpreso dai gendarmi durante il sonno, ma con la sua straordinaria agilità riuscì a fuggire attraverso i tetti mentre veniva preso di mira dai fucili. Non essendo riusciti a catturarlo fecero prigioniera la vecchia madre, ma il brigante li aspettò, nascosto dietro una roccia, uccidendo due gendarmi e costringendo gli altri a darsi alla fuga, liberando quindi la donna.

La leggenda di Meclinét è tutto un susseguirsi di omertà, spiate, vendette. Da un lato molto generoso verso chi lo aiutava, e mai rubò alla povera gente, altrettanto era spietato verso coloro che tentavano di tradirlo: chi lo faceva veniva ucciso senza pietà.

Si racconta di un giovane di Miroglio, bramoso di incassare la taglia, che comperò un fucile e si mise alla caccia del brigante per ucciderlo. Questi lo venne a sapere e avvisò la madre del giovane pretendendo 50 lire di indenizzo.
La donna disse che quella somma erano tutti i loro averi e che non poteva pagare. Allora Meclinét uccise il giovane per dare una lezione alla madre ed a chiunque volesse tradirlo.

Si racconta inoltre delle beffe che faceva agli stessi gendarmi. A Frabosa Soprana arrivarono 40 gendarmi da Torino, al comando di un maresciallo con l’incarico di catturare il brigante. Presero alloggio alla locanda della Fontana. Giunse qui Meclinét, che naturalmente non era ancora conosciuto. Entrò nella locanda e fece subito conoscenza con il maresciallo che gli offrì da bere e intanto gli chiese molte informazioni sul brigante. Meclinét rispose che era un “tipo come lui”. E si fermò a pranzare in compagnia dei gendarmi. Alla fìne del pasto chiese al maresciallo:

«è contento di aver mangiato insieme a Meclinét?»

e si aprì la camicia facendo vedere la corazza di ottone che ricopriva e difendeva il petto. Approfittando della sorpresa generale fuggì indisturbato.

Finì per morire per mano dei suoi parenti, i fratelli Unia.
Era solito andare a mangiare allo Scarrone sopra Miroglio ed i due fratelli, durante il pranzo, gli avvelenarono il vino. Accortosi del fatto troppo tardi, fu barbaramente trucidato. Gli Unia presero poi il corpo e lo trascinarono oltre il Maudagna lasciandolo in un bosco che si trova sopra la borgata Friosa.

Andarono in seguito ad avvisare i gendarmi raccontando che lo avevano ucciso in un conflitto a fuoco. Venne loro concesso un premio di 2600 franchi. Nel luogo in cui fu deposto il cadavere una mano pietosa mise un sasso con incisa una croce, che tutt’ora esiste.

Il corpo di Meclinét fu portato a Miroglio nella cappella di S. Antonio dove la popolazione si recò per vederne i resti, compresi i due parenti traditori, ma al’improvviso il sangue sgorgò dai fori delle pallottole e tutti fuggirono terrorizzati. Michele Mamino fu provvisoriamente seppellito nel cimitero di Frabosa Sottana nella tomba della famiglia Tassone. La tomba fu acquistata successivamente dalla famiglia Ponzo di Frabosa Sottana.